La guarigione non è un cerotto, è una rivoluzione silenziosa.

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La guarigione è la rivolta coraggiosa della tua anima.

Ho parlato tante volte di guarigione. E ogni volta mi sono convinta sempre di più: la guarigione non è una ricetta scritta con la penna su un foglio da ambulatorio.
Non è una pillola rosa presa con un bicchiere d’acqua, non è una seduta di psicoterapia spuntata sull’agenda, non è nemmeno una passeggiata nel bosco con musica rilassante nelle cuffie.

Tutte queste cose possono aiutare. Ma non sono la guarigione.

La guarigione è la rivolta coraggiosa della tua anima. È quando smetti di fuggire.
Quando ti siedi nel mezzo del tuo dolore, come in una stanza senza finestre, e dici: “Va bene. Fammi vedere tutto.”

È quando non cerchi più di impacchettare la tua ferita in qualcosa di esteticamente accettabile, ma la tocchi con la tua mano tremante e, al posto del disgusto o della vergogna, le dici: “Lo so. Ci sono stata anch’io.”

È quando smetti di chiederti “perché proprio io?” e finalmente chiedi:

“Chi posso diventare grazie a tutto questo?”

Un guaritore? Non è un guru con la tunica bianca e la luce sulla fronte.
È, in realtà, quella persona che ha pianto anche lei, come te.

Che ha dormito notti intere sul pavimento del dolore.

Che ha raccolto i propri pezzi con le mani nude e, tra due respiri pesanti, ha imparato ad amarli.

Non viene a ripararti, perché non sei rotto.

Non viene a metterti dei cerotti, perché sa: se non sei rimasto tu con la tua ferita, neanche il sole può guarirla.

Un guaritore non viene a salvarti. Viene a dirti: “Hai dimenticato che sai volare.”

E sì… forse vorrai solo che “passi”. Adattarti. Ingoiare. Dire “è andata così”.

Ma il guaritore dentro di te non si accontenta del ‘basta che funzioni’.

Lui trasforma. Lui attraversa l’alchimia profonda dell’anima e tira fuori oro dal piombo.

Ha cicatrici? Oh, sì. Ma non da collezione. Le ha dalla vita, non dai manuali.

E proprio per questo può guidarti.

Perché, vedi, nessuno può accompagnarti nel tuo cammino di guarigione,
se non ha percorso a piedi nudi prima il proprio.

Dunque, non vai da un guaritore come da un meccanico. Non è lui a “fare qualcosa” per te.

Lui fa solo una cosa: accende il fuoco dentro di te.

Ma tu… sei tu che scegli di bruciare in quel fuoco, fino a rinascere.

Il mito del guaritore impeccabile in un mondo che ancora si aggrappa a immagini irreali.

Quando sentiamo la parola “guaritore”, mulinano davanti agli occhi proiezioni da film: un essere immacolato, sempre calmo, avvolto in abiti bianchi e circondato da un’aura di perfezione. Qualcuno che non sbaglia mai, non si arrabbia mai, non soffre mai. Un piccolo dio zen che vive sopra il rumore del mondo.

Ma guaritori reali non sono santi da calendario né maghi senza macchia. 

Sono esseri umani, prima di tutto. Anzi, sono umani più profondamente di quanto ci concediamo di essere noi stessi. Perché hanno guardato in faccia le proprie ferite, hanno attraversato notti oscure, hanno toccato il fondo e ci sono rimasti abbastanza a lungo da trovare una strada verso la luce. E questa strada, non è lineare né pulita. È piena di inciampi, di fango, di verità che fanno male.

Il vero guaritore non è colui che fluttua sopra la sofferenza, ma chi ha imparato a stare con essa senza crollare. Non è colui che non cade, ma chi sa come rialzarsi.

E non è venuto a salvarti, ma a ricordarti che anche tu puoi attraversare il buio e tornare intero.

Questo articolo non è un elogio alla perfezione spirituale.

È un invito a guardare con occhi nuovi quelle persone che accompagnano, che sentono, che accendono la luce mentre la cercano, a loro volta.

Perché la guarigione non viene da chi non ha mai sofferto,
ma da chi ha imparato a onorare la propria ferita come porta sacra.

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